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IL CONTRIBUTO DEGLI ANNIVERSARI

Dátum:

04/07/2019


IL CONTRIBUTO DEGLI ANNIVERSARI

(autore: František Hruška)

Gli italiani, che nel corso della prima guerra mondiale appoggiavano la lotta delle nazioni slave per la libertà, sono stati ispirati dal messaggio di Giuseppe Mazzini sul rispetto delle nazioni, piccole o grandi che siano, in contrasto con la politica imperialista.

Un insieme di circostanze ha fatto sì che i grandi punti di svolta nella nostra storia sono accaduti negli anni che finiscono con il numero otto (basti pensare al 1918 o il 1968). Negli ultimi cento anni ce ne sono stati talmente tanti che l’anno scorso non sapevamo a che cosa dedicare maggiore attenzione. Alla fine l’attenzione maggiore si è concentrata sulla fine della prima guerra mondiale anche perché si tratta di un punto di svolta di tutta l’Europa che ha portato alla nascita dello Stato indipendente dei cechi e degli slovacchi.

La stampa e la televisione si sono concentrate soprattutto sulle manifestazioni ufficiali, deposizioni di corone e discorsi dei politici, che hanno ricordato alla nazione le opinioni radicate al riguardo di tali eventi e la loro importanza per la vita successiva della società. Gli storici e coloro che del passato si interessano un po’ di più hanno avuto l’occasione di osservare più attentamente la storia che risale a cento anni fa, perché infatti era più complessa, più contradditoria e meno univoca rispetto alla memoria collettiva delle nazioni. Sono stati pubblicati nuovi libri mentre i giornali pubblicavano articoli sui fatti e contesti meno noti. L’importanza degli eventi ha fatto sì che ciò è accaduto non soltanto da noi, ma anche in altri paesi d’Europa. Per noi (slovacchi) ciò è stato importante per due motivi. Da una parte gli articoli hanno spesso riportato informazioni di cui non eravamo a conoscenza e allo stesso tempo hanno contribuito ad una maggiore informazione sulle nostre nazioni, che solo allora sono apparse sul palcoscenico della storia mondiale.

Tra queste pubblicazioni rientra anche il libro dello storico italiano Francesco Leoncini Alternativa mazziniana (in slovaccoMazziniovská alternatíva), pubblicata l’anno scorso dalla casa editrice Castelvecchi di Roma. A marzo 2019 l’Istituto Italiano di Cultura ha organizzato, presso la Biblioteca Universitaria di Bratislava, un seminario/conferenza alla presenza dell’illustre autore.

La giovane Europa

Leoncini parte dal presupposto che l’Italia entrò in guerra contro due avversari. Da una parte è stato il Regno Austro-ungarico dall’altra le nazioni slave che ne facevano parte. Il patto stipulato a Londra nel 1915 tra l’Italia e i paesi dell’Intesa non soltanto non prendeva in considerazione le differenze tra le richieste di frontiere naturali e storiche, nel modo in cui erano comprese da movimenti che hanno lottato per i diritti delle nazioni, ma non prendeva in considerazione nemmeno l’eterogeneità del Regno Austro ungarico, il peso e il compito delle nazioni slave, perché la loro cultura e storia erano in Italia quasi ignote. Per questo motivo è importante l’idea di Leoncini sul compito di Mazzini e dei suoi seguaci, che appoggiavano il punto di vista delle nazioni slave nella loro lotta per la liberazione nazionale in contrasto alle posizioni dei rappresentati del governo e dei nazionalisti dalle visioni imperialiste del futuro dell’Italia.

Leoncini ha tentato di ricostruire il processo in cui il flusso mazziniano risorgimentale è scoppiato in pieno nel corso della prima guerra mondiale, quando ai consigli creati da nazioni uscite dalla monarchia asburgica è stato dai paesi dell’Europa occidentale riconosciuto il diritto alla lotta per l’indipendenza. Voleva anche sottolineare come tale collegamento aveva a che fare con le aspirazioni di quei paesi che desideravano creare stati indipendenti al di fuori dell’egemonia austro ungarica e quanta importanza avesse per la rinnovata strategia internazionale dell’Italia.

La visioni di Mazzini di un’Italia unita e libera veniva sempre collegata con la libertà di tutta l’Europa ed era per questo motivo per cui ha fondato non soltanto la Giovine Italia, ma già al 1834 anche la prima comunità internazionale democratica, la Giovine Europa. Per noi è importante sapere che Mazzini, a differenza dalla maggioranza dei politici italiani, ha dedicato una grande attenzione alle nazioni slave e al loro impegno per la parità, ricordato già nel 1848 nel suo articolo Del Mondo Nazionale Slavo e sviluppato nel 1857 nelle sue Lettere slave e di nuovo ripetuto in uno dei suoi ultimi scritti Politica Internazionale del 1871. Nelle Lettere Slave appaiono le sue idee della federazione dei popoli invece delle piccole unità statali, troppo piccole e troppo deboli nel contesto internazionale.

Nella Grande Ilirya Mazzini includeva la Croazia, la Carinzia, la Serbia, il Montenegro, la Dalmazia, la Bosnia e la Bulgaria. Gli Slavi secondo lui andrebbero divisi in quattro gruppi: Polacchi, Russi, Cechi e Slovacchi e gli Slavi del sud. Non era d’accordo sull’unione degli slavi dell’Europa centrale con la Russia, perché in tal modo avremo invece di 40 milioni di persone libere dai Balcani all’Adriatico, che fungerebbero da barriera contro il dispotismo russo, 100 milioni di succubi di una sola volontà tirannica. Il messaggio mazziniano del rispetto delle nazioni, piccole e grandi, in contrasto con la politica imperialista ha ispirato un gruppo di storici, politici e giornalisti italiani i quali nel corso della Prima Guerra mondiale sostenevano la lotta delle nazioni salve per la libertà.

Nel 1914 Umberto Zanotti-Bianco, influenzato dalle idee mazziniane ha fondato l’edizione Giovine Europa dove venivano pubblicati gli scritti, che informavano l’opinione pubblica sui movimenti nazionale della regione danubiana e dei Balcani.

Quando l’Italia ha annullato l’alleanza con le potenze Centrali, personalità quali Leonida Bissolati, Giuseppe Antonio Borgese, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola oppure Luigi Albertini del Corriere della Sera ricordavano l’importanza di tale questione.

Il Mazzini dei Cechi

Il messaggio di Mazzini è stato ripreso anche dal T.G. Masaryk che nei suoi ricordi lo riporta come fonte di idee rivoluzionarie. Il centro della sua visione similmente al Mazzini, è l’interpretazione democratica dell’autodeterminazione nazionale, basata sugli ideali dell’umanità, democrazia e tolleranza. Leoncini percepisce Masaryk come mazziniano di seconda generazione. Richiama l’opera di Masaryk Russia e l’Europa, pubblicata in Germania e tradotta in italiano ancora prima della guerra, nel 1925.

Il compito dell’Europa centrale di Masaryk che fa dal Baltico fino al Mare Egeo, tra la Germania e la Russia, è simile a quella di Mazzini. Mazzini temeva pressione del dispotismo dello zar, Masaryk dell’allargamento tedesco, per questo motivo proponeva una barriere latino – slava contro il pangermanismo. Anche lo storico italiano Gaetano Salvemini ha definito Masaryk “Il Mazzini dei Cechi” e sosteneva che gli stati del Danubio, come del resto anche l’Italia, hanno l’interesse di unirsi per poter affrontare l’egemonia tedesca, che prima o dopo si materializzerà.

I rappresentanti di questo flusso mazziniano si sono però scontrati con l’incomprensione della gran parte dell’opinione pubblica italiana e dei rappresentanti del governo che non volevano lo sfacelo del Regno Austro – ungarico e rispettavano le richieste territoriali come erano stato formulate nel Patto di Londra e che nella zona balcanica contemplavano i territori dall’Istria attraverso La Dalmazia, fino alla Turchia.

Il rappresentante più cocciuto di questa politica italiana era il Ministro degli Esteri Sidney Sonnino, che era l’unico politico italiano che era favorevole alla partecipazione italiana nella guerra a fianco della Triplice alleanza. La posizione italiana è stata lungo tutto il periodo della guerra titubante e l’approccio alle richieste delle nazioni slave volutamente tergiversante.

Lo illustra bene l’esempio del tenente sloveno Ljudevit Pivka, che con un gruppo di soldati sloveni e cechi ha proposto un piano affinché nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1917 tentassero di sfondare il fronte vicino a Garzano di Valsugana, fatto che potrebbe portare alla liberazione di Trento. I piano fallì a causa di imprecisioni e in alcune casi anche all’incapacità di alcuni comandanti. Pivko, insieme ad un migliaio dei suoi compaesani che sono passati dalla parte italiana voleva creare un battaglione, che non è mai stato riconosciuto dagli italiani, che non sono stati interessati di una eventuale legione adriatica, pur essendo stati 20 mila uomini disposti a farne parte.

Pivko teneva rapporti d’amicizia con i soldati cechi e slovacchi, che invece hanno potuto creare una loro armata. Anche qui ha preso sopravvento la posizione dei nazionalisti italiani, che pensavano che questi due movimenti potessero essere tenuti divisi. Nelle sue memorie Pivko dice che quando poi è arrivato a Verona, per delle settimane non ha incontrato nessuno che avrebbe avuto almeno una pallida idea degli slavi. Secondo gli italiani tutti gli abitanti del Regno Austro ungarico erano austriaci e pure far comprendere le parole nuove “ceco” o “cecoslovacco” è stato per loro difficile.

Gli italiani sono stati lenti ad assorbire i cambiamenti centroeuropei. Non tanto tempo fa pure l’autore di questo articolo ha incontrato un gruppo di quattro italiani, che continuavano a parlare della Cecoslovacchia, solo uno di loro, un po’ più informato, li ha corretti dicendo che nel frattempo la Cecoslovacchia si è divisa e che la capitale della Slovacchia è Praga...

Ne saggio ne conveniente

Nella nascita della Cecoslovacchia l’Italia ha giocato un ruolo importante e prevalentemente positivo, lasciandosi però sempre una via d’uscita aperta. Il Primo Ministro Orlando al Congresso delle Nazioni oppresse a Roma ad aprile 1918 si è presentato con un discorso a favore delle nazioni oppresse, dedicando parole particolarmente lusinghiere a Stefanik, ma quando, più per volontà dei giornalisti britannici che non per il volere del governo italiano, è stato deciso che la Conferenza si terrà non a Parigi, ma a Roma, Orlando cercava di trovare una via per bloccare tale processo e dopo la conferenza similmente a Sonnino non si sentiva parte dell’iniziativa, che avrebbe portato al successo di aspirazioni dei rappresentanti dei comitati partecipanti.

Lo stesso modo di procedere è stato scelto alla conferenza degli alleati nel giugno 1918, quando hanno contribuito al fatto che nella dichiarazione finale della conferenza si parlava soltanto di uno Stato indipendente polacco con accesso al mare, ma nulla è stato detto dello Stato dei cechi, slovacchi o iugoslavi. Dopo la dichiarazione Beneš è stato invitato all’Ambasciata italiana a Parigi dove Orlando, insieme a Sonnino gli hanno fatto capire, che l’esplicito riconoscimento dell’indipendenza di uno Stato di cechi e slovacchi li costringerebbe allo stesso approccio anche nel caso degli iugoslavi, fatto che metterebbe in pericolo gli interessi italiani.

L’Italia però non è stata l’unica ad avere una posizione poco nitida al riguardo delle richieste delle nazioni slave. Nessuno mette in dubbio il merito di Wilson per il sorgere degli stati nuovi nell’Europa centrale, comunque nell’agosto 1917 quando Stefanik è stato negli USA Wilson non lo ha ricevuto, come non ha ricevuto i rappresentati del Comitato iugoslavo. Nel gennaio 1918 ne gli Stati Uniti ne la Gran Bretagna, ne Francia non pensavano alla disgregazione del regno Austro ungarico.

In questa situazione i giornalisti britannici hanno consigliato ad Orlando come far uscire l’Italia da una situazione complicata, quando le potenze e non hanno manifestato molta comprensione per le pretese territoriali italiane e gli hanno consigliato di ritornare alle tradizioni di Mazzini e Cavour e di mettersi alla guida delle nazioni oppresse in Austria, perché in tal caso gli alleati sarebbero costretti , conformemente ai loro impegni ad appoggiare la lotta per la libertà delle nazioni e riconoscere la posizione guida dell’Italia, posizione che interessava anche la Francia.

Benes nelle sue memorie è arrivato alla stessa conclusione. Secondo lui la politica di Sonnino durante la guerra non è stata ne saggia ne conveniente, nemmeno dal punto di vista italiano. E’ stato convinto che se l’Italia avesse preso una posizione più aperta nei confronti degli iugoslavi, si sarebbe risparmiato le complicazioni che ha dovuto affrontare alla conferenza di pace dopo la guerra e sarebbe diventato una potenza mondiale perché per il pubblico mondiale avrebbe acquistato il prestigio di un paese forte e generoso.

Vittoria parziale

Quest’anno si parlerà di più della conferenza della pace di Parigi nel 1919, dove già abbiamo potuto avere i nostri rappresentanti di uno Stato sovrano. L’Italia non ha colto l’occasione e non ha presentato questo fatto come successo, perché fino all’ultimo non è riuscita a rinunciare alla tentazione imperialista ed a causa della delusione per i risultati territoriali ha cominciato a chiamare il suo contributo alla fine della guerra come una “vittoria parziale”.

Per noi l’anno che viviamo ha un sapora agrodolce perché ricorrono anche i cento anni dalla morte della persona che più di tutti ha contribuito alla nostra indipendenza come Stato, Milan Rastislav Stefanik, il cui suo ultimo viaggio è iniziato proprio in Italia.


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